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| | Rima, l’altra culla valsesiana dei Walser Da Rimasco si imbocca la strada che risale la Val Sermenza e conduce a S. Giuseppe (1120 mt.) allo sbocco della valle del torrente Nonay. Proseguendo per la valle tra vaste praterie e grandi scarpate, si giunge all’estremo confine della vallata, nel Comune di Rima. È il Comune più alto di tutta la Valsesia, dominato dal Monte Tagliaferro (2964 mt.) e circondato da altre montagne: il Corno Mud (2805 mt.), il Picco delle Lanzole (2118 mt.) e in fondo il Pizzo di Montevecchio (2790 m.); verso levante, la Cima del Lampone (2586 mt.). Da Rima si possono fare le traversate verso Alagna, verso Carcoforo e verso Macugnaga. Rima è, con Alagna, la culla valsesiana della civiltà Walser. Se ne ritrova l’impronta caratteristica nelle abitazioni con ampie balconate e spaziosi loggiati. La casa walser, abitata da più nuclei famigliari con bestiame di proprietà, è ideata in modo da ospitare sotto lo stesso tetto stalla, abitazione e granaio; una sintesi armonica delle fondamentali necessità di questi contadini d’alta quota. Il ritmo di queste piccole società, scandito dal volgere delle stagioni, trovava fondamento nell’organizzazione comunitaria della vita: la costruzione delle case avveniva con scambi vicendevoli di mano d’opera, ogni famiglia era tenuta a prestazioni per la spalatura della neve, la manutenzione delle strade e così via. Rima può vantare di aver dato i natali a persone di grande ingegno e creatività che lo resero il più ricco della valle. Testimonianza ne sono: l’Oratorio della Madonna delle Grazie, del 1400, con un affresco dell’epoca, un altare ligneo dorato del 1600 e dipinti di Tanzio da Varallo, del Peracino e dell’Orgiazzi; la chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista con affreschi dell’Orgiazzi e del Borsetti, un “Ecce Homo” del Tabacchetti, ricchi paramenti e un’ancona; l’Oratorio seicentesco di San Nicolao. Sulla piazza della chiesa, i Rimesi eressero alla memoria del loro conterraneo Giulio Axerio (1830-1881) un busto in bronzo, eseguito dallo scultore Pietro della Vedova, anch’egli di Rima. A quest’ultimo è dedicato il museo, che custodisce circa 180 calchi di opere della scultura rimese. L’attività che distinse fortemente questa popolazione fu la tecnica del marmo finto. Dal 1830 agli anni Sessanta gli artigiani rimesi abbellirono chiese ed edifici civili o privati utilizzando la tecnica pittorica del marmo finto. Questo gruppo di professionisti altamente qualificati, non si limitò ad operare in loco, ma venne invitato da insigni personalità di tutta l'Europa, essendo la loro fama divenuta internazionale.
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